Da anni Sergio Marchionne viene considerato, soprattutto in Italia, una sorta di Re Mida, un semidio con capacità manageriali ultraterrene. Se all’inizio della sua avventura a Torino anche io mi ero accodato alla schiera di coloro che lo elogiavano a scena aperta per aver salvato un’azienda ormai in coma vegetativo, negli ultimi anni ho cambiato parere in merito alle strategie del canadese col maglione.
Ieri Fiat e sindacati hanno siglato l’accordo per Mirafiori. Da un certo punto di vista tale accordo è un passo avanti per il paese in perenne crisi di competitività, incapace di liberare le energie e le enormi potenzialità di cui dispone anche a causa di una cultura sindacale retrograda ed oltremodo ideologizzata.
Resto tuttavia estremamente perplesso sul futuro del Lingotto. Marchionne sono mesi che la mena con la scarsa competitività del sistema paese, ha recentemente affermato che l’Italia non ha prodotto un euro di ricchezza per la Fiat facendo intendere che se fosse per lui nella penisola non si avviterebbe più un solo bullone e che la produzione verrebbe interamente delocalizzata altrove.